
Il percipiente e l'oggetto percepito sono come la corda ed il serpente. Come non si riconosce la corda, che è il substrato, fin quando non scompare l'illusoria percezione del serpente, così la realizzazione del Sé, che è il substrato, non sarà raggiunta finchè non si rimuoverà la convinzione della realtà del mondo.
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La vera lezione di Auschwitz
La Shoa oggi viene troppo legata alla difesa di Israele. Perdendo il suo significato universale.
Di Tony Judt
(Testo tratto dal discorso tenuto dall'autore a Brema, in occasione del ricevimento del premio Hannah Arendt.)
Negli ultimi anni il rapporto tra Israele e l'Olocausto è mutato. All'inizio l'identità di Israele fu costruita sul rifiuto del passato, trattando l'Olocausto come una prova di debolezza, una debolezza che era compito di Israele superare dando vita a un nuovo tipo di ebreo. Oggi, quando Israele è esposto al biasimo internazionale per il modo di gestire i rapporti con i palestinesi e per l'occupazione del territorio conquistato nel 1967, i suoi difensori tendono a chiamare in causa la memoria dell'Olocausto. Attenti, dicono, se criticate Israele con troppa veemenza, sveglierete i demoni dell'antisemitismo. Anzi, il messaggio è che un atteggiamento fortemente critico nei confronti di Israele non si limita a risvegliare l'antisemitismo: è di per sé antisemitismo. E con l'antisemitismo si apre la strada che porta - o ritorna - al 1938, alla "notte dei cristalli" e di là a Treblinka e ad Auschwitz. Se volete sapere dove va a finire, dicono costoro, non avete che da visitare Yad Vashem a Gerusalemme, l'Holocaust Museum a Washington o i monumenti commemorativi e i musei sparsi in tutta Europa!
Comprendo i sentimenti che dettano queste affermazioni. Ma queste affermazioni in sé sono molto pericolose. Quando a me e ad altri, con la scusa che non vanno risvegliati gli spettri del pregiudizio, viene rimproverato il dissenso nei confronti di Israele, rispondo che il problema va posto al contrario. E proprio un tabù del genere che può stimolare l'antisemitismo. Da qualche anno visito università e scuole superiori, negli Stati Uniti e altrove, per tenere conferenze sulla storia europea del dopoguerra e la memoria della Shoah. Sono gli argomenti che tratto anche nell'università dove insegno. E posso dire quali conclusioni ne ho derivate. Oggi non c'è bisogno di ricordare agli studenti il genocidio degli ebrei, le conseguenze storiche dell'antisemitismo e il problema del male. Tutti conoscono queste cose, con un'ampiezza ignota ai loro genitori. Ed è così che dev'essere. Ma mi ha colpito recentemente la frequenza con cui affiorano nuove domande: «Perché ci fissiamo sull'Olocausto?», «Perché (in certi Paesi) è illegale negare l'Olocausto ma non altri genocidi?», «Non si sta esagerando la minaccia dell'antisemitismo?». E ancora, sempre più spesso: «Non è che Israele sta usando l'Olocausto come scusa?».
Due sono i miei timori: che sottolineando l'eccezionalità storica dell'Olocausto e al contempo invocandolo costantemente in riferimento alle vicende contemporanee, abbiamo creato confusione nei giovani; e che gridando all'antisemitismo ogni volta che qualcuno attacca Israele o difende i palestinesi stiamo allevando una generazione di cinici. Perché la verità è che oggi l'esistenza di Israele non è in pericolo. E oggi, qui in Occidente, gli ebrei non si trovano ad affrontare minacce e pregiudizi neppure lontanamente paragonabili a quelli del passato, né paragonabili ai pregiudizi attualmente nutriti nei confronti di altre minoranze. Facciamo un piccolo esercizio. Vi sentireste al sicuro, accettati e benvenuti, negli Stati Uniti, oggi, se foste un musulmano o un immigrato clandestino? E se foste un "Paki" in certe zone dell'Inghilterra? O un marocchino in Olanda? Un "beur" in Francia? Un nero in Svizzera? Uno "straniero" in Danimarca? Un rumeno in Italia? Uno zingaro ovunque in Europa? E non vi sentireste più al sicuro, più integrati, più accettati come ebrei? Credo che siamo tutti in grado di rispondere.
In molti di quei Paesi - Olanda, Francia, Stati Uniti, per non parlare della Germania - la minoranza ebrea locale è fortemente rappresentata nel mondo degli affari, dei media e delle arti. In nessuno di quei Paesi gli ebrei sono stigmatizzati, minacciati o emarginati.
Il pericolo di cui gli ebrei - e non solo loro - dovrebbero preoccuparsi, se c'è, viene da un'altra direzione. Abbiamo agganciato la memoria dell'Olocausto così saldamente alla difesa di un unico Paese - Israele - che rischiamo di provincializzarne il significato morale.
È vero, il problema del male nel secolo scorso, per citare Hannah Arendt, ha preso la forma del tentativo tedesco di sterminare gli ebrei. Ma non si tratta solo dei tedeschi e non si tratta solo degli ebrei. Non si tratta neppure solo dell'Europa, anche se è là che quel tentativo è avvenuto. Il problema del male - del male totalitario, del male del genocidio - è un problema universale. Ma se lo si manipola per trarne un vantaggio locale, ciò che accadrà (e io credo stia già accadendo) è questo: coloro che vivono in contesti lontani da quel crimine - o perché non sono europei o perché sono troppo giovani perché per loro il ricordo di quell' evento abbia rilevanza - non capiranno che rapporto abbia con loro la memoria che ne viene coltivata e smetteranno di ascoltare quando cercheremo di spiegarglielo.
In altre parole l'Olocausto perderà la sua risonanza universale. Dobbiamo sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la lezione centrale che davvero può venirci dalla Shoah: e cioé la facilità con cui le persone - un popolo intero - possono essere diffamate, demonizzate e annientate. Ma non approderemo a nulla, se non riconosciamo che questa lezione potrà anche essere messa in dubbio e dimenticata. Se non mi credete, andate a chiedere, fuori dai paesi sviluppati dell'Occidente, qual è la lezione di Auschwitz. Avrete riposte ben poco rassicuranti.
Non c' è una soluzione facile a questo problema. Ciò che pare chiaro agli europei dell'Europa occidentale è ancora oscuro per gli europei di'Est, come era oscuro agli stessi europei dell'Ovest quarant'anni fa. Il monito morale di Auschwitz, che campeggia a caratteri cubitali sullo schermo della memoria europea, è quasi invivisibile per africani e asiatici. E ancora - e forse soprattutto - ciò che sembra lampante alle persone della mia generazione avrà sempre meno senso per i nostri figli e i nostri nipoti. Possiamo preservare un passato europeo che la memoria sta sfumando in storia? Non siamo condannati a perderlo, anche solo in parte?
Forse tutti i nostri musei, i nostri monumenti commemorativi, le nostre gite scolastiche obbligatorie non sono il segno che oggi siamo pronti a ricordare, ma indicano invece che riteniamo di esserci lavati la coscienza e di poter cominciare a mollare e a dimenticare, delegando alle pietre il compito di ricordare al posto nostro. Non so: l'ultima volta che sono stato al Monumento agli ebrei d'Europa assassinati, a Berlino, annoiati ragazzini in gita scolastica giocavano a rimpiattino tra le steli. Quello che so per certo è che se la storia deve svolgere il compito che le compete, e conservare per sempre traccia dei crimini passati e di tutto il resto, è meglio lasciarla stare. Quando andiamo a saccheggiare il passato per profitto politico - scegliendone i pezzi che fanno al caso nostro e reclutando la storia a insegnare opportunistiche lezioni morali - ne caviamo cattiva morale e anche cattiva storia. Nel frattempo, forse dovremmo, tutti quanti, fare attenzione quando parliamo del problema del male. Perché di banalità ce n'è più di un tipo. C'è la notoria banalità di cui parlava Hannah Arendt: l'inquietante, normale, familiare, quotidiano male dentro gli esseri umani. Ma c'è anche un'altra banalità, quella dell'abuso: l'effetto di appiattimento e desensibilizzazione del vedere o dire o pensare la stessa cosa troppe volte, fino a stordire chi ci ascolta e a renderlo immune al male che descriviamo. Questa è la banalità -la banalizzazione - che rischiamo oggi.
Dopo il 1945 la generazione dei nostri genitori accantonò il problema del male perché per loro - aveva troppo significato. La generazione che verrà dopo di noi corre il pericolo di accantonare il problema perché ora contiene troppo poco significato. Come si può impedire che ciò avvenga? In altre parole, come si può fare in modo che il problema del male resti la questione fondamentale della vita intellettuale, e non solo in Europa? Non ho una risposta ma sono sicuro che questa è la domanda giusta. È la domanda che Hannah Arendt ha posto sessant'anni fa. E sono certo che la porrebbe ancora oggi.
Di Tony Judt è in libreria «Dopoguerra». Mondadori. pagg.l.076. €32.00.
LA CRISI ENERGETICA
UNA SVOLTA PER L'UMANITA'
Per oltre 150 anni la disponibilità di energia è costantemente aumentata e la popolazione mondiale ha conosciuto una vera e propria esplosione demografica. Adesso stiamo entrando in un'era di crescente scarsità energetica che comporterà una riduzione del numero di abitanti. Se vogliamo continuare a prosperare, la nuova era esige nuovi principi economici, tra cui una riforma del sistema bancario che i membri del Parlamento possono imporre se ne hanno la volontà.
I prezzi del petrolio aumentano a un ritmo esplosivo. E questa volta non per un'azione dell'OPEC, il pericolo di una guerra, o un inverno troppo freddo. Abbiamo raggiunto un punto di svolta nella fornitura petrolifera: la domanda continua a crescere e lo sfruttamento dei giacimenti ha raggiunto il suo massimo. I paesi esportatori usano sempre di più il petrolio per i loro bisogni, e la quantità destinata all'esportazione si riduce.

Chi fa affidamento sulle fonti alternative di energia sta prendendo un abbaglio: gas, carbone, idroelettrico, eolico e solare non possono sostituire completamente la penuria di petrolio. Il mondo dovrà usare meno energia.
La disponibilità attuale è data da un mix di petrolio (36%)+gas (24%)= 60%, poi carbone (28%), nucleare (6%), idroelettrico (6%) e fonti rinnovabili come l'eolico e il solare (1%).

Il ricercatore canadese Paul Chefurka ha effettuato un'analisi e una previsione di ciascuna fonte di energia, sintetizzate nei grafici a sinistra e sotto (per ulteriori dettagli e spiegazioni consultare il suo articolo "Energia mondiale e popolazione" [1] all'indirizzo http://www.courtfool.info/en_World_Energy_and_Population.htm). La maggior parte dei giacimenti mondiali sono "vuoti" o in via di esaurimento (picco petrolifero). Trivellare quelli più piccoli richiede investimenti molto più consistenti, e la velocità di estrazione è comunque inferiore. Questa contrazione delle capacità può essere compensata solo in parte dalle altre fonti energetiche.
Il picco dell'estrazione di petrolio è previsto per l'immediato futuro. I giacimenti di carbone più ricco dal punto di vista del rendimento energetico (antracite) si stanno in buona parte esaurendo, e quelli che restano offrono un minerale più povero con costi di estrazione più elevati; il carbone rilascia inoltre grandi quantità di CO2, e le soluzioni proposte sono ancora in fase sperimentale. La capacità delle centrali nucleari in attività o previste è di gran lunga troppo limitata per far fronte alla minore disponibilità di energia, e non ci si può aspettare una rapida produzione di sostituzione. Le energie rinnovabili (come l'eolico o il solare) hanno un peso trascurabile nel consumo totale; nonostante gli sviluppi sperati, la loro quota resterà insignificante ancora per lungo tempo. [1]
Popolazione mondiale
La crescita esplosiva della popolazione mondiale è stata resa possibile dal consumo di energia fossile non rinnovabile. Adesso le estrazioni hanno raggiunto il tetto, e quel che resta richiede maggiori costi e sforzi in cambio di minori quantità.
Il ridursi della disponibilità energetica avrà come logica conseguenza un crollo della popolazione mondiale.
Sensibili differenze tra i vari paesi
Ogni anno l'umanità consuma in media 1 miliardo e 800 milioni di tonnellate di petrolio, ma la distribuzione a livello mondiale varia sensibilmente: i 2,8 miliardi di persone che popolano Cina, India, Pakistan e Bangladesh consumano solo un decimo a testa in confronto ai cittadini statunitensi.
Se esaminiamo la dipendenza dalle importazioni di energia, noteremo che i paesi dell'Europa occidentale, del Giappone e degli USA importano annualmente oltre 2 toe per persona (dati 2005).

In caso di tagli sui mercati dell'esportazione di energia, questi paesi sono i primi ad avere problemi. Gli USA hanno un vantaggio: la maggior parte dell'energia è trattata in dollari e dal punto di vista finanziario possono disporne liberamente (grazie all'inflazione e alla crescita del debito estero). [3]
Il ruolo degli altri paesi che importano energia è doppio: se da un lato la loro domanda di dollari aiuta a mantenere in piedi il valore della valuta (e allo stesso tempo l'impero americano), dall'altro sono in maggioranza anche alleati militari degli USA, che profittano largamente dell'invasione dell'Iraq e dell'Afghanistan. [4]
Usi del petrolio
L'attuale crisi petrolifera mette in triste evidenza il fatto che le differenti forme di energia non possono essere facilmente intercambiate. Il petrolio viene trasformato in diesel (70%), benzina (13%), bitume, lubrificanti, kerosene, butano, gas liquido, nafta, benzene e toluene.
Nafta, benzene e toluene sono i materiali di base per i derivati chimici, le plastiche, le fibre sintetiche e le gomme.
I derivati chimici s'impiegano, tra l'altro, in prodotti di pulizia, medicinali, anticongelanti, pitture, insetticidi, fertilizzanti, saponi ed esplosivi: le materie plastiche in borse, canestri per birre, valigie, pattumiere, cruscotti, tubi, grondaie, rivestimenti per pavimenti e polistirene; le fibre sintetiche in tessili, siliconi e pneumatici. [5]
Sono tutti prodotti di uso quotidiano, che in buona parte non possono essere facilmente rimpiazzati.
Trasporto e coesione
Dappertutto la massiccia disponibilità di diesel e benzina ha plasmato l'organizzazione e la coesione delle società. Le distanze da coprire, fino ad oggi considerate normali, diventeranno costosissime, in particolare nei settori dell'approvvigionamento alimentare, dei trasporti, del commercio, e dell'industria. E anche nei rapporti sociali le brevi distanze diventeranno sempre più importanti.
Alimenti e energia
La moderna produzione alimentare consuma una enorme quantità d'energia. Negli USA, la produzione di 1 unità di energia alimentare richiede 1,56 unità di energia di fonte fossile. Se consideriamo anche trasporto, trattamento, imballaggio, distribuzione, conservazione e uso, l'unità di energia alimentare richiede non meno di 7,36 unità di energia di fonte fossile [6]. Nel 2008, la più grande minaccia per l'agricoltura intensiva è rappresentata dal prezzo dei fertilizzanti, che a causa della crisi petrolifera è più che raddoppiato [7]. Per una buona parte della popolazione mondiale, i prodotti agricoli stanno diventando troppo cari. Gli alimenti tradizionali prodotti dagli agricoltori della zona in cui si vive permettono le maggiori economie di energia.
Con la popolazione agli attuali livelli, è praticamente certo che nei prossimi 75 anni non vi sarà abbastanza cibo ed energia. Se non si riduce drasticamente la popolazione e non si elimina la lotta per la crescita economica, un numero sempre maggiore dei nostri ragazzi dovrà andare a combattere per ottenerli con uso della violenza militare (e naturalmente queste guerre verranno fatte passare per operazioni di pacificazione, aiuto allo sviluppo, democratizzazione, o per qualsiasi altra cosa si inventino i capi dei paesi industrializzati nel tentativo di evitare ai loro paesi morte e distruzione).
Modello di sviluppo
La crescente disponibilità di energia non solo ha permesso una crescita esplosiva della popolazione, ma ha anche portato allo sviluppo di modelli economici che si basano sul principio di uno sviluppo economico senza fine e di una sempre maggiore disponibilità di materie prime, energia, forza lavoro e consumatori.
In buona parte dei paesi, l'economia e il modo di pensare dei politici sono stati condizionati da tali modelli, il cui motore è il sistema monetario che, grazie all'inflazione permanente, obbliga a un'attività ogni giorno più frenetica per evitare l'impoverimento. [2]
Anche se sui mercati esportatori già si avverte una minore disponibilità di energia, non siamo ancora stati capaci di trovare soluzioni per la nostra economia, eccetto la guerra. Per il momento mancano consapevolezza e conoscenza.
Modello alleggerito
Nel corso della nostra esistenza non abbiamo conosciuto altro che la crescita continua in tutto il mondo. Ecco perché non riusciamo a renderci conto che si tratta solo di un modello economico, valido solo in una situazione di aumento ininterrotto di energia, materiali di base, forza lavoro e consumatori.
Quando l'economia deve funzionare in un contesto di disponibilità energetica in diminuzione, abbiamo bisogno di un diverso modello economico.
Nel modello alleggerito siamo in presenza di una produzione e di un consumo in contrazione, a causa della minore disponibilità di energia. Quando disponiamo di meno energia di quella necessaria per un gran volume produttivo, dobbiamo, ovviamente, sforzarci di ridurre la popolazione. Se riusciamo ad avviare questa tendenza abbastanza rapidamente, la prosperità pro-capite può essere mantenuta a un livello elevato (se la popolazione è eccessiva si susseguiranno guerre e crisi economiche).
Riforma bancaria
Nel sistema attuale, le banche creano nuova valuta ogni volta che elargiscono un finanziamento. Per il sistema bancario preso nel suo insieme non esiste un limite univoco alla sfrenata creazione monetaria, che, nel migliore dei casi, può solo essere accelerata o rallentata manovrando i tassi d'interesse della banca centrale. Ma le stesse banche centrali traggono vantaggio dall'inflazione e dalla variazione dei tassi d'interesse, che forniscono loro nuove entrate grazie alle operazioni monetarie che ne garantiscono l'indipendenza. [2]
Cosa bisogna fare ?
Il sistema d'inflazione permanente dovrà essere sostituito. La creazione di valuta dovrà essere consentita solo alle banche centrali, e le banche centrali dovranno diventare strutture intermedie per gestire i finanziamenti ai clienti, che non soffriranno invece alcun cambiamento: i loro conti bancari continueranno a funzionare nella stessa maniera.

Eliminando il permesso concesso alle banche di creare valuta, e limitando questa possibilità esclusivamente alle banche centrali, queste ultime potranno immediatamente bloccare l'inflazione.
Successivamente le banche centrali controlleranno accuratamente la quantità di circolante, in modo da prevenire ogni svalutazione dell'unità monetaria.
In coordinamento con le autorità, potrebbero essere applicati tassi d'interesse diversi per le diverse classi di finanziamento: gl'investimenti a lungo termine per una società sostenibile, ad esempio, potrebbero essere finanziati in via prioritaria e per gl'investimenti non auspicabili potrebbe essere invece adottata una politica dissuasiva. Ecco come un "modello alleggerito" può salvaguardare la prosperità anche in presenza di una riduzione della popolazione.
Si noti che la riforma bancaria sopra delineata garantisce una migliore struttura per una prosperità sostenibile anche in quei paesi in cui la disponibilità di energia continua ancora ad aumentare. Differenziando i tassi d'interesse sarà possibile finanziare gl'investimenti a lungo termine per una società sostenibile e al tempo stesso stimolare o scoraggiare per settore gli altri investimenti. La creazione eccessiva di valuta potrà essere bloccata immediatamente ed evitata in futuro.
Non è necessario applicare in uno stesso momento la riforma in tutti o nella maggioranza dei paesi. In molti paesi le banche centrali hanno probabilmente sufficiente potere legislativo da poterle implementare indipendentemente, mentre in altri le leggi dovranno essere modificate.
Membri del Parlamento
Nel corso dell'ultimo secolo, alcune banche centrali si sono costruite una dubbia reputazione come regolatrici dell’economia, e altre sono ancora tormentate dalle idee neoconservatrici di Friedman. Ecco perché non è garantito che tutte le banche centrali siano favorevoli a una riforma di questo tipo.
Nella maggior parte dei paesi il loro potere si fonda su pochissimi articoli di legge, che ne definiscono l'autorità. Se ne hanno la volontà, i governi possono cancellare queste leggi e mettere nelle proprie mani la creazione di valuta (gli oppositori potranno obiettare che i governi ne creerebbero a man bassa, ma io ritengo che la crisi finanziaria abbia dimostrato in modo inequivocabile che sono le banche quelle che profittano della situazione).
RUDO DE RUIJTER
Fonte: www.comedonchisciotte.org
Link: http://www.courtfool.info
Traduzione per "Comedonchisciotte" di CARLO PAPPALARDO
NOTE:
[1] Paul Chefurka, World Energy and Population e http://www.paulchefurka.ca/WEAP/WEAP.htmlhttp://www.paulchefurka.ca/WEAP/WEAP.html
[2] Segreti di denaro, interesse e inflazione
[3] Costi, misfatti e pericoli del dollaro
[4] Pipeline verso l'11 settembre
[5] Oil-products
http://proto4.thinkquest.nl/~lld581/index.php?id=14 http://proto4.thinkquest.nl/~lld581/index.php?id=14
[6] Fact sheets US Food System
[7] New threat to food system: pricey fertilizer
Un americano in Iran!
Il giornale anti islamico del sionista Paolo Mieli; il Corriere della Sera di Magdi (da poco)Cristiano Allam, qualche giorno fa pubblicava una "notizia!!!" secondo cui, "per informazioni ricevute da fonti di intelligence (leggi il mussad israeliano) diversi iraniani; donne, uomini, giovani, bambini e anziani, travestiti da turisti, sarebberò in giro per l'europa , per individuare siti sensibili da segnalare ai terroristi iraniani che intendono colpire i paesi occidentali quando ci sarà l'attacco dell'Israel all'Iran." Reza
Rick Steves è un viaggiatore, conduce un programma in Tv americana sul canale PBS e racconta il mondo attraverso le immagini e gli espisodi vissuti da lui durante in suoi viaggi.
Rick è stato in Iran il maggio scorso e ha preparato un programma sull'Iran che sarà trasmesso il prossimo gennaio dal canale PBS.
Del suo viaggio in Iran Rick dice queste parole; " an important chance to open the door a bit wider to cultural understanding between our countries...or at least between reasonable people who live under two governments locked in an escalating war of words."
Ecco alcune immagini prese dal sito di Rick Steves:

L'arrivo - ehhh certo! noi prendiamo le impronte a loro quando arrivano nel nostro paese, e loro fanno la stessa cosa quando noi andiamo a casa loro.

Però poi ti ospitano nelle loro case come se fossi uno di loro.
Comincia il mio vero viaggio, qui sono a Tehran il primo giorno, mi hanno lasciato andare liberamente dove volevo e potevo produrre le immagini di ogni cosa, Ecco, vedete su quel muro di quel palazzo alla mia destra la bandiera americana ? Cé scritto morte all'America!

Qui Rick Ha fatto un giro in città sulla motocicleta.

Qui sta parlando con un giovane iraniano.
Parla anche con due ragazze iraniane.
Parla e fa la foto con due Pasdaran iraniani.
Fa una foto di gruppo con giovani donne, probabilmente catturate durante la preghiera di venerdi santo.
Già, non ci poteva mancare una foto con un religioso, visto che il paese è governato dai religiosi.
e la gentile commessa di una libreria !
Qui Rick sta con alcuni giovani in un parco.

e queste sono alcune allunne di una scuola media a Tehran.

Donne iraniane "catturate" da Rick in un sito archeologico per una foto di gruppo.
e questo è il Persepolis pieno di turisti stranieri

ma anche turisti iraniani che fanno la foto con Rick quando scoprono chi è.
Meditazione!!! beh questo muro di pietra di Persepolis è parte di una storia millennaria quindi, vale la pena anche sentirelo.
Attacco all'Iran, ci sarà o no !?!
Se volete capire la politica di un paese, guardate la carta geografica, come raccomandava Napoleone.
Chiunque voglia indovinare se Israele e/o gli Usa attaccheranno l'Iran, dovrebbe guardare la mappa dello stretto di Hormuz tra l'Iran e la penisola arabica. Attraverso quest'angusto corso d'acqua, largo solo 34 km, passano le navi che portano tra un quinto e un terzo del petrolio mondiale, compreso quello proveniente da Iran, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar e Bahrain.
Molti dei commentatori che parlano dell'inevitabile attacco americano e israeliano all'Iran non tengono conto di questa mappa.
Si parla di un attacco aereo «sterile», «chirurgico». La potente flotta aerea Usa decollerebbe dalle portaerei di stanza nel golfo Persico e dalle basi aeree americane disseminate nella regione, bombarderebbe tutti i siti nucleari iraniani - e coglierebbe l'occasione per bombardare anche qualunque altra cosa capitasse a tiro.
Semplice, veloce, elegante - una botta e bye bye Iran, bye bye ayatollah, bye bye Ahmadinejad.
Se Israele dovesse agire da solo, l'attacco sarebbe più modesto. Il massimo sarebbe distruggere i principali siti nucleari e tornare a casa sani e salvi.
Per favore: prima di cominciare guardate un'altra volta sulla mappa lo Stretto che (forse) ha preso il nome dal dio di Zarathustra.
La reazione inevitabile al bombardamento dell'Iran sarebbe il blocco dello stretto che l'Iran domina per tutta la sua lunghezza. Grazie ai suoi missili e all'artiglieria può sigillarlo ermeticamente.
Se così fosse, il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle, ben oltre i 200 dollari al barile che i pessimisti temono ora. Questo causerebbe una reazione a catena: depressione mondiale, crollo di intere industrie, aumento catastrofico della disoccupazione in America, Europa e Giappone.
Per evitare questo pericolo, gli americani dovrebbero conquistare alcune parti dell'Iran, o forse tutto. Gli Usa non dispongono nemmeno di una piccola parte delle forze necessarie. Tutte le loro truppe di terra sono già impiegate in Iraq e Afghanistan. La loro potente marina è una minaccia per l'Iran, ma nel momento in cui lo stretto fosse chiuso, assomiglierebbe ai modellini di navi in bottiglia.
Questo lascia aperta la possibilità che gli Usa agiscano per procura. Israele attaccherà, senza coinvolgere ufficialmente gli Usa.
Davvero è così? L'Iran ha già annunciato che considererebbe un attacco israeliano come un'operazione americana, e agirebbe come se fosse stato direttamente attaccato dagli Usa. Logico. Nessun governo israeliano considererebbe mai la possibilità di lanciare una simile operazione senza l'assenso esplicito e incondizionato degli Usa.
Cosa sono dunque tutte queste esercitazioni, che generano titoli così eclatanti nei media internazionali?
L'aviazione israeliana sta tenendo esercitazioni a 1500 km dalle nostre coste. Gli iraniani hanno risposto con lanci di prova dei loro missili Shihab, che hanno una gittata simile. Una volta, tali attività venivano chiamate «tintinnio di sciabole», oggi il termine preferito è «guerriglia psicologica». Ma buon senso ci dice che chiunque pianifichi un attacco di sorpresa, non lo grida ai quattro venti.

Sin dai tempi del re Ciro il Grande - il fondatore dell'Impero persiano circa 2500 anni fa, che permise agli esuli israeliti a Babilonia di tornare a Gerusalemme e costruire lì un tempio -, le relazioni tra israeliani e persiani hanno avuto i loro alti e bassi.
Fino alla rivoluzione di Khomeiny, l'alleanza era stretta. Israele addestrava la temuta polizia segreta dello Shah, la Savak. Lo Shah era partner dell'oleodotto Eilat-Ashkelon, progettato per aggirare il canale di Suez, e aiutò a infiltrare ufficiali israeliani nella parte kurda dell'Iraq. Nel corso della lunga e crudele guerra Iran-Iraq (1980-1988), Israele sostenne segretamente l'Iran degli ayatollah.
Oggi l'Iran è una potenza regionale. Negarlo non avrebbe senso. L'ironia è che per questo gli iraniani devono ringraziare il loro principale benefattore in tempi recenti: George W. Bush. Se avessero un minimo di gratitudine, dovrebbero erigere una statua dedicata a lui nella piazza centrale di Tehran.
Per molte generazioni l'Iraq è stato il guardiano della regione araba. È stato il bastione del mondo arabo contro i persiani sciiti. Quando Bush ha invaso l'Iraq distruggendolo, ha aperto tutta la regione alla forza crescente dell'Iran. In futuro gli storici si interrogheranno su questa azione, che merita un capitolo a sé nella «Marcia della follia».
Oggi è già chiaro che il vero obiettivo Usa era impossessarsi della regione petrolifera Mar Caspio/Golfo Persico e collocarvi al centro un presidio americano permanente. Questo obiettivo è stato raggiunto - ora gli Usa parlano di far restare le loro truppe in Iraq «per cent'anni» - e sono occupati a dividere le immense riserve petrolifere irachene tra le 4-5 gigantesche oil companies americane.
Ma questa guerra è stata cominciata senza una riflessione strategica più ampia e senza guardare la mappa geopolitica. Il vantaggio di dominare l'Iraq può essere superato dalla crescita dell'Iran come potenza nucleare, militare e politica in grado di oscurare gli alleati dell'America nel mondo arabo.
Dove ci collochiamo noi israeliani nella partita? Da anni siamo bombardati da una campagna propagandistica che dipinge lo sforzo nucleare iraniano come una minaccia all'esistenza di Israele.
Certo la vita è più piacevole senza una bomba nucleare iraniana, e Ahmadinejad non è molto carino. Ma, nella peggiore delle ipotesi, avremmo un «equilibrio del terrore» tra le due nazioni, molto simile all'equilibrio del terrore tra Usa e Urss che salvò l'umanità dalla terza guerra mondiale, o l'equilibrio del terrore tra India e Pakistan che fa da cornice a un riavvicinamento tra quei due paesi che si detestano profondamente.
In base a tutte queste considerazioni, mi spingo a prevedere che quest'anno non ci sarà un attacco all'Iran, né da parte degli americani, né da parte degli israeliani.
Mentre scrivo queste righe mi sovviene un ricordo: in gioventù ero un avido lettore degli articoli di Vladimir Jabotinsky, che mi colpivano per la loro fredda logica e il loro stile chiaro. Nell'agosto '39, Jabotinsky scrisse un articolo in cui affermava categoricamente che la guerra non sarebbe scoppiata, nonostante tutte le voci in senso contrario. Il suo ragionamento: le armi moderne sono così terribili che nessun paese oserebbe cominciare una guerra. Pochi giorni dopo la Germania invadeva la Polonia, dando avvio alla guerra più terribile (finora) della storia umana.
Il presidente Bush sta per concludere la sua carriera in disgrazia. Lo stesso destino attende impazientemente Olmert. Per politici di questo tipo, è facile essere tentati da un'ultima avventura, un'ultima chance per aggiudicarsi un posto dignitoso nella storia.
Ciononostante, mi attengo alla mia previsione: non accadrà.
Uri Avnery
Fonte: www.ilmanifesto.it
Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/15-Luglio-2008/art60.html
15.07.08
L'Occidente e l'Iran.
Tra la diplomazia e le Trattative, la politica e la Minaccia militare, le Sanzioni ed il terrorismo fisico e psicologico, quale sarà la scelta occidentale per mettere fine alla crisi attuale !?!
Mentre si inaspriscono le sanzioni occidentali contro l'Iran (di recente la UE ha deciso di applicare sanzioni contro la Banca Melli Iranaiana e contro alcune personalità fisiche in Iran) , Israele (Olmert e Mufaz) e frange estremiste dei neocons ( Bolton e Wolfowiz) minacciano attacco militare, e Xavier Solana riprende il dialogo con l'Iran, Quando l'Iran si trova sotto gli attacchi terroristici dei gruppi (Pejak, Jindallah, e Mek) appoggiati dai servizi segreti e dai governi occidentali.
Il "dialogo" attuale tra rappresentante europea Solana e l'Iran, ha molte somiglianze con le trattative tra l'Iran e la UE dei tempi del Presidente Khatami durante le quali l'Iran aveva accettato la sospensione delle attività di arricchimento dell'uranio.
La UE aveva chiesto la sospensione per dare tempo all'AIEA di verificare l'uso ad scopo civile dei progetti nucleari da parte dell'Iran, l'AIEA aveva svolto uno ispezionamento storico, mai verificato nella storia dell'AIEA in nessun paese al mondo, e aveva dichiarato di "non avere trovare nessuna traccia di attività nucleari ad scopo militare in Iran", ciò avveniva mentre le trattative tra l'Iran e i 5+1 dovevano raggiungere ad un accordo politico, ed era per questo, secondo gli accordi di Tehran tra l'Iran e la UE, che l'Iran aveva accettato la sospesione.
Quelle trattative non hanno portato a nessuna soluzione perché Israele e l'America dei neoconservatori volevano l'assoluta sospensione delle attività nucleari in Iran e per sempre, mentre l'Iran insisteva sulla necessità energetica del paese ad adottare in tempo l'energia nucleare come fonte alternativa di energia, in previsione della crisi energetica che ora colopisce il mondo intero, crisi che è destinato ad aggravarsi ancor di più nel futuro.
Gli angloamericani sostenevano che "l'Iran galleggia su un mare di petrolio e quindi, non ha bisongo del nucleare civile", mentre la Germania, la Francia, la Russia e la Cina riconoscevano il diritto dell'Iran ad avere il nucleare civile.
L'Iran sosteneva (e ancora sostiene) che il 50% della sua produzione di gas e di petrolio è destinato all'esportazione e per motivi di forte sviluppo industriale del paese, il resto del 50% ad uso interno è destinato ad aumentare, togliendo ogni anno il 5% della fetta destinata all'esportazione e quindi, che il fabbisogno energetico interno dell'Iran impone l'adottamento di una strategia energetica che garantisca una sicurezza energetica/economica all'Iran nel futruro, inoltre l'Iran proponeva la creazione di un "consorzio internazionale" di arricchimento dell'uranio per produrre il combustibile nucleare in Iran, sotto l'egida dell'AIEA, come garanzia di uso solamente civile del nculeare da parte dell'Iran.
Israele , paese dotato di armi nucleari, non firmatario del trattato di non-proliferazione delle armi atomiche, paese completamente al fuori di ogni controllo internazionale sulle sue attività nucleari nel centrale nucleare di Dimona, senza fare parte del 5+1 , ha sempre sostenuto che "l'Iran vuole costruire l'arma nucleare" e quindi, con le sue "leve" ha potuto sempre influire sulle trattative del 5+1 con l'Iran, spaccando il 5+1 dall'interno e rimandando la possibilità di trovare qualsiasi soluzione fino ai giorni nostri , giorni in cui, Israele minaccia direttamente di attaccare l'Iran tra il novembre ed il gennaio prossimi, quando l'America si troverà tra un presidente uscente ed uno neo eletto ma ancora non in carica.
Sembra che, ancora una volta, l'Iran abbia dimostrato la disponibilità al dialogo e quindi, l'apertura alle trattative in cui, per un breve periodo ( si parla di 6 settimane) è disposto anche alla sospensione parziale dell'arricchimento dell'uranio che in Iran si svolge in modo limitato, 3,5-5% , per produrre il combustibile nucleare .
Nella situazione attuale, come dicevo all'inizio, esistono molte somiglianze con la volta precedente in cui l'Iran accettò la sospensione, a quei tempi l'America stava attaccando l'Iraq e molti parlavano della "possibilità dell'allargamento dell'attacco anche all'Iran" quindi anche oggi, quando la minaccia di Israele è deventato uficiale e dichiarata da parte dei suoi governanti (Olmert e Mufaz) l'Iran sta cercando di evitare di essere attaccato ,senza rinunciare ai propri diritti sul nucleare.
La seconda situazione riguarda Israele direttamente, Israele da una parte minaccia l'Iran di attacco militare, ma dall'altro parte ha messo sul tavolo con le parti antagoniste, Hamas, Hezbollah e Siria una serie di trattative che, come fu desiderio degli israeliani e dei neocons americani, dovrebbe saldare la posizione di Israele nel medioriente , disegnano un "nuovo medioriente con Israel nel suo centro decisionale", mentre la situazione del medioriente dopo la presa di Gaza da parte di Hamas e la vittoria del Hezbollah su Israele nella invasione del Libano, hanno cambiato completamente il secnario della regione.
Esiste anche un terzo elemento che accomuna gli interessi della UE, della Cina e della Russia, questi tre protagonisti dello scenario mediorientale nonché membri del 5+1, non hanno nessun interesse a dedicare i proprio sforzi diplomatici affinché il dominio statunitense sul medioriente (che costituisce il serbatoio di energia :Gas e Petrolio, del mondo per il 90% di quanto né è rimasto) sia il futuro del mondo.
Oltre a questi tre elementi , cosiddetti primi attori della situazione, ci sono molte questioni che non riguarderebberò direttamente l'Iran e il medioriente, ma sono collegati comunque ed specialmente all'Iran, e uno di questi è l'elezione del nuovo presidente in America.
Obama e McCaine sono i candidati alla futura presidenza americana, Obama sta mettendo dinanzi all'opinione pubblica americana il suo progetto di trattative con l'Iran, McCaine parla ancora di guerra cantando "andiamo a bombardare l'Iran, andiamo a bombardare l'Iran"!
A mio avviso, la minaccia militare poteva essere reale e seria e l'Iran avrebbe potuto essere attaccato in qualsiasi momento, senza la possibilità di poter rispondere a sua volta con una reazione militare, perché Israele e i neocons avrebberò potuto minacciare (per vie dirette) le autorità iraniane con l'uso di armi atomiche nel caso di una reazione da parte dell'Iran, mentre l'attacco (magari orchestrato con una bufala tipo quelli usati contro l'Iraq nel 2003) giustificato come "guerra prevetiva" contro una "minaccia" per gli interessi americani, sarebbe servito solamente per manipolare il consenso popolare in America a favore della elezione di McCaine.
Ma una settimana fa il comandante del corpo di Pasdaran iraniani ha gettato un secchio di acuqa ghiacciato sulla testa di Israele e i neocons americani, dichiarando che "qualsiasi tipo di attacco all'Iran sarà per noi come una dichiarazione di guerra totale che impliccherà una nostra reazione immediata e devastante per il nemico che ci attaccherà, reazione che metterà in moto il meccanismo della nostra difesa astrategica studiata per la difesa del nostro territorio e tutta la zona di nostro interesse strategico, che comprende l'intera regione del Golfo Persico e medioriente, dove i primi obiettivi da colpire per noi saranno Israele e tutte le basi militari e unità navali americane in qualsiasi parte della regione."
Cosi il petrolio è schizzato a 145 dollari al barile, mentre la risposta dell'Iran all' 5+1 e le successive dichiarazioni del vice di solana , hanno fatto scendere il prezzo del greggio al 141 dollari, e l'altalena continua, per ora è stata stabilita che le trattative, tra l'Iran e il 5+1, si riprenderanno tra una decina di giorni.

Guerra preventiva all’IRAN
Per la libertà di pensiero dell’ambasciatore Sergio Romano
In queste giornate di caldo intenso si può leggere sulla Rete un vero e proprio fuoco incrociato contro l’ambasciatore Sergio Romano, colpevole con i suoi editoriali di essere di ostacolo a quanti premono l’acceleratore per un movimento di opinione che induca i cittadini italiani ad accettare l’idea di un impegno militare contro l’Iran.
Sembra che nulla si sia voluto apprendere da un identico scenario messo in atto contro l’Iraq. Allora come oggi la manovra si ripete. Saremo ancora distratti oggi come allora ed accetteremo milioni e milioni di morti sulla base di menzogne e per interessi e calcoli altrui ben facili da riconoscere?
Sergio Romano non ha bisogno di difensori. La regola nella preparazione di Appelli è che ci si accordi con un cospicuo numero di firme pesanti che diano il via. Non è il nostro caso. Si tratta invece di una iniziativa spontanea e non coordinata fra lettori di «Civium Libertas» che neppure si conoscono fra di loro. Sergio Romano è un acuto analista di politica nazionale e internazionale. I suoi editoriali si distinguono da quello che sembra essere il leit-motiv della nuova politica estera italiana: sostegno incondizionato ed acritico ad una guerra preventiva contro l’Iran su commissione di Israele. Per questo Sergio Romano è fatto oggetto di quotidiani attacchi con cui si cerca di tappargli la bocca. Gli si contestano aspetti marginali ed estrinseci nei suoi articoli, come il numero esatto delle vittime del massacro di Sabra e Shatila o i veri e giustificati motivi che l’avrebbero determinato. Le sue analisi restano però ineccepibili ed inconfutabili. Le lettere contro di lui inoltrate alla redazione dei giornali dove egli abitualmente scrive hanno il loro polo di aggregazione in centrali lobbistiche, come «Informazione Corretta» o «HonestReportingItalia», i cui gregari vengono istruiti a scrivere contro il bersaglio di volta in volta indicato, questa volta Sergio Romano. Di tecniche e modalità simili, patrocinati anche dai governi e dagli appositi servizi, si può apprendere, ad esempio, leggendo Chalmers Johnson o Mearsheimer e Walt. A questa massa d’urto di attacchi volgari a Sergio Romano se ne affiancano di più defilati, dall’apparenza dotta e criticamente distaccata, ma sono esattamente la stessa cosa ed hanno lo stesso scopo.
Il problema posto in questo nostro Appello ha carattere generale e riguarda molti altri casi di persone meno note di Sergio Romano. Da gran signore Sergio Romano non risponde agli attacchi che sempre più spesso gli vengono rivolte sulla rete e all’indirizzo della rubrica Lettere del “Corriere della Sera”. Al massimo risponde agli argomenti e alle critiche, quando queste gli appaiono oggettivamente fondate ed utile occasione per opportune integrazioni. Purtroppo, non tutti hanno le stesse solide spalle dell’Ambasciatore e l’intimidazione nei loro confronti passa inosservata con sacrificio della libertà di tutti. Di tutti questi attacchi a Sergio Romano ed alle nostre libertà si terrà apposito registro e monitoraggio da questo momento in poi.
Nella serata capitolina organizzata poche settimane addietro da Antonio Polito e Riccardo Pacifici, qualche oratore si era lasciato andare ad un attacco scoperto contro Sergio Romano. È intervenuto prontamente lo stesso Polito a correggere l’incauto manifestante dei diritti umani, dichiarando che Sergio Romano ha ben il diritto di scrivere quel che vuole. L’intervento era così stonato che lo stesso Polito si è sentito costretto a prendere le distanze. I testi sonori dei discorsi sono qui registrati. In Piazza del Campidoglio, dove erano riuniti ebrei ed omosessuali, i diritti calpestati degli omosessuali iraniani hanno riunito il Gotha della politica italiana. Peccato che gli stessi personaggi siano stati di ben diverso avviso quando si è trattato di accogliere le richieste degli omosessuali italiani, che volevano i DICO. Ahmadinejad è stato probabilmente un bugiardo quando ha pensato di risolvere i difficili problemi degli omosessuali dichiarando che in Iran non ve ne sono: ha fatto ridere fragorosamente e forse deliberatamente il pubblico della Columbia University. In Italia ne è invece certa l’esistenza, ma non per questo vengono accolte le loro richieste. Mai però gli omosessuali sono stati tanto utili ai politici quanto in questa torrida estate. I loro diritti disconosciuti forniranno la principale motivazione per una delle guerre più sanguinose di questo secolo.
Abbiamo appena invitato Antonio Polito e tutta la redazione del «Riformista» a firmare questo nostro appello che mandiamo a quegli stessi indirizzi che hanno presumibilmente ricevuto lettere dai Soci delle menzionate centrali lobbistiche. A Polito abbiamo contestato le sue manifestazioni lobbistiche, o almeno filoisraeliane, come egli preferisce si dica. In esse si dichiarava paladino dei diritti umani… in Tibet, ora in Iran, speriamo domani a Gaza. Per la manifestazione antiraniana, prodromica di un intervento militare, abbiamo dovuto redigere un nostro contrappello: Per una pace vera in Medio oriente, cui si rinvia insieme con la nostra puntuale critica ad una manifestazione alla quale non crediamo affatto, ritenendo ben altri i suoi reali motivi. Trattandosi ora di diritti umani in Italia, e cioè del diritto di manifestazione del proprio pensiero – già violato in Germania, in Francia, in Svizzera, in Austria e presto temiamo anche in Italia – attendiamo ora “il Riformista” alla prova della verità: Hic Rhodus, hic saltus!
La tecnica e l’indirizzario di questo nuovo Appello è analoga alla precedente. Ne affidiamo la diffusione ai motori di ricerca i cui tempi sono piuttosto lunghi. Lasciamo alla sensibilità ed all’impegno di ognuno l’ulteriore circolazione del testo. Riteniamo che l’urgenza sia tale da non dover frapporre altro indugio nel manifestare la nostra opposizione ad una manovra che appare chiara e che mira ad una nuova guerra preventiva, per la quale si cerca la copertura mediatica. Invitiamo tutti i concittadini amanti della pace e delle nostre libertà costituzionali ad allertarsi per difendere i comuni diritti, incominciando dal diritto di Sergio Romano a potersi esprimere, illuminandoci con la sua saggezza di esperto diplomatico capace di penetrare i segreti e le oscurità della politica internazionale.
Nota:
- Le revisioni della bozza ed il testo finale tengono conto anche dei testi acclusi alle singole adesioni.
CIVIUM LIBERTAS
Fonte: www.ladestra.info
Link: http://www.ladestra.info/?p=21287
Giugno 2008
IL RISORGIMENTO , LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA E PIU' IN GENERALE, LA CIVILTA' OCCIDENTALE , NON SAREBBE ESISTITA SENZA L'ISLAM.

E' l'alba di un giorno scuro e piovoso. Un ragazzo si nasconde fra la folla per assistere alla tortura e all'esecuzione del suo maestro, la cui unica colpa è stata quella di avere diffuso le conoscenze sacrileghe e blasfeme degli antichi filosofi greci. Sul rogo, insieme al filosofo, bruciano infatti le traduzioni proibite in un'Europa dominata dalla superstizione e dalla violenza dei signori della guerra che regnano incontrastati. Dopo avere assistito all'atroce spettacolo il ragazzo scappa verso Sud portando con sé alcune opere del maestro, deciso ad abbandonare quelle terre di oppressione e di oscurantismo. Quando finalmente riesce a valicare i Pirenei gli si apre davanti una terra ricca e pacifica, dove le donne discutono alla pari con gli uomini e dove i libri, invece di essere distrutti, vengono conservati nelle biblioteche pubbliche.
E' l'inizio de Il destino, un film di qualche anno fa ambientato nei secoli più bui del Medioevo che il regista egiziano Youssef Chahine ha dedicato alla vita di uno dei più importanti filosofi della storia, Averroè, il cui razionalismo influenzò fortemente gli intellettuali occidentali dell'epoca. Dante, fra gli altri, si considerava un "averroista" convinto e l'intero pensiero islamico era una vera e propria boccata di ossigeno fra i cristiani illuminati che mal sopportavano la soffocante cappa di censura e superstizione che era, all'epoca, la caratteristica principale della cristianità. I libri di Averroè venivano contrabbandati, le sue dottrine trasmesse e le sue parole imparate a memoria per non incorrere nelle ire dell'Inquisizione. Spostando il punto di vista come ha fatto il regista, e riportando alla luce la storia rimossa di quei secoli oscuri, si capisce che la religione ha ben poco a che fare con i fondamentalismi di ogni epoca e di ogni latitudine.
Lo spiazzamento del pubblico occidentale nei confronti di un film girato per denunciare il fondamentalismo islamico attuale, non stupisce. Ci hanno insegnato che i secoli che separano la caduta dell'impero romano dal rinascimento sono stati anni di paura e barbarie, ma non ci è stato spiegato che ne siamo usciti unicamente perché siamo venuti in contatto con la civiltà più ricca e più evoluta dell'epoca, appunto l'Islam. Pochi occidentali sanno che, mentre l'Europa veniva spopolata dalle malattie e dalla fame, a Sud fioriva una civiltà che aveva come capitali Baghdad e Damasco, una civiltà cui noi occidentali dobbiamo la salvezza del patrimonio che consideriamo fondativo per la nostra cultura: la filosofia greca. Se gli studiosi dell'epoca di Solimano e del Saladino non avessero fatto propria la grande filosofia antica non avremmo né Platone né Aristotele perché la raffinata rete dei traduttori arabi, attraverso i quali ci sono pervenute le loro opere, non sarebbe esistita. Né, del resto, sarebbe potuta nascere la scienza moderna senza la libertà di studiare e sperimentare concessa ai matematici e agli scienziati arabi, il cui contributo è stato completamente cancellato per fare posto alla propaganda dello scontro fra civiltà.
Nell'ottica di Allah
Beltegeuse, Rigel, Aldebaran, Algol e Sirrah. Le stelle parlano arabo da secoli, da quando scienza, civiltà e tecnologia se ne stavano al di là del Mediterraneo, e i barbari sporchi, ignoranti e poveri che calavano per razziare le ricche città o per emanciparsi attraverso lo studio nelle rinomate università locali, eravamo noi. Per secoli la filosofia, la matematica e la medicina, per non parlare dell'astronomia, della chimica o dell'ottica, sono state islamiche, nel senso che l'Islam ha trasmesso e rielaborato le antiche discipline egizie, babilonesi, indiane e greche, e ne ha fondate di proprie. Un debito, quello nei confronti della scienza islamica, di cui si trovano innumerevoli tracce nel linguaggio stesso di molte discipline moderne che consideriamo, a torto, figlie della superiore "civiltà occidentale" ma che i nostri progenitori riconoscevano appieno, facendo di tutto per procurarsi i testi scientifici degli "infedeli".
L'origine della scienza islamica affonda nei nostri secoli più bui. Gli arabi avevano già preso a studiare il cielo, raccogliendo l'eredità dei greci e degli indiani, già nel VIII° secolo e nell'828 fu costruito a Baghdad il primo osservatorio astronomico del mondo. L'astronomia andava di pari passo con l'ottica e con lo studio della fisiologia dell'occhio: se ne ritrovano tracce nell'origine araba di termini medici come "retina" o "cataratta". L'amore della cultura musulmana per tutto ciò che aveva a che fare con la visione ha indubbiamente radici religiose, ma l'afflato mistico non deve trarre in inganno: la scienza islamica era sostanzialmente empirica - cioè amava sperimentare - e fortemente matematizzata, cosa questa che fa affermare ad alcuni storici che siano stati proprio gli arabi a insegnarci i primi rudimenti della formalizzazione matematica, caratteristica principale della scienza occidentale doc. Ibn Al-Haitham, ad esempio, noto in occidente con il nome di Alhazen, è considerato il massimo esperto di ottica tra Tolomeo e Witelo. L'alta considerazione di cui godeva anche fra i contemporanei non deve stupire: già intorno all'anno Mille Alhazen combinava elaborati trattamenti matematici con i modelli fisici e un'accurata sperimentazione, dando così una svolta empirica all'indagine scientifica, cosa che, in Occidente, avverrà solo dopo cinque secoli.
I calcoli degli astronomi e degli studiosi di ottica arabi furono possibili solo perché gli strumenti matematici erano già altamente sviluppati. L'apporto degli arabi alla scienza del calcolo fu così importante che non se ne è persa memoria e infatti uno dei pochi debiti che gli occidentali non hanno dimenticato è l'invenzione dello zero che rese possibile la nascita del calcolo posizionale, quello in colonne per intenderci. L'introduzione dei numeri indiani - da noi chiamati arabi - e lo sviluppo dell'algebra, fecero il resto. Un nome per tutti è quello del grande matematico del IX° secolo, Al Khwarizmi, che scrisse il Libro del compendio nel processo di calcolo per trasporto ed equazione , più volte tradotto in latino e diffuso in Europa con il nome di Liber Algorismi , una latinizzazione del suo nome da cui deriva il termine "algoritmo".
La medicina
Per secoli la medicina araba è stata talmente più avanzata di quella occidentale da indurre gli stessi crociati a servirsi dei dottori cavallerescamente offerti dal nemico assediato. Gli arabi conoscevano infatti i testi greci di Ippocrate e di Galeno, che l'Europa aveva perduto, insieme alle molte nozioni derivanti dalle teorie e dagli esperimenti degli alessandrini che si erano diffuse nell'Egitto ellenizzato e in Asia minore. L'arrivo in Occidente delle traduzioni di Platone e Aristotele rese accessibile agli studiosi del barbaro Nord anche le teorie dei filosofi e dei medici islamici. Per circa due secoli la filosofia greca è stata infatti studiata nelle versioni arabizzate tratte dai commenti del razionalista Averroè o del mistico Avicenna, i più importanti filosofi dell'Islam, ed è a queste versioni che si riferivano i nostri filosofi. A Bologna come a Parigi gli studenti, ma anche i padri del dogma cattolico come San Tommaso d'Aquino, dovettero piegarsi alla superiorità della sapienza araba del tempo.
Ma Avicenna non era soltanto un filosofo. Mentre nei villaggi nordici che in seguito divennero noti con il nome di Parigi o di Londra, si curavano le malattie con gli incantesimi, nel profondo Sud veniva fondata la medicina moderna. Il Canon medicinae di Ibn Sina, nome originale appunto del grande Avicenna, è stato praticamente l'unico libro di testo degli studenti di medicina per quasi tre secoli e ha continuato, per tutto il Rinascimento, a essere il libro più stampato in Europa. Ma Avicenna è in buona compagnia. Fu l'arabo Al-Razi a fondare l'ostetricia e a fornire la prima descrizione scientifica del vaiolo e del morbillo - e a prospettare la possibilità di immunizzare i sani attraverso le secrezioni dei malati - mentre Ibn Nafis fu il primo a descrivere il meccanismo della circolazione sanguigna. Tutti nomi ignorati dai manuali di storia della medicina che riportano solo le date - e gli autori - delle ri-scoperte occidentali.
Con le sue grandi intuizioni, come l'ipotesi dell'esistenza dei microbi e i primi esperimenti con i vaccini, la medicina araba era decisamente all'avanguardia nella teoria così come lo era nell'insegnamento e nella pratica. Nelle scuole di medicina islamiche si cominciò a pretendere che gli studenti si misurassero con la pratica clinica oltre che con i testi e per favorire l'apprendistato, oltre che per il controllo delle epidemie, venne abbracciata un'idea del tutto nuova: raggruppare i malati in una struttura dove i medici avrebbero potuto assisterli e gli studenti imparare dalla pratica dei propri maestri. Venne inventato insomma quello che, per dirla con parole moderne, è il policlinico universitario, che fece la sua comparsa in Europa solo nel diciannovesimo secolo. A Damasco la prima struttura ospedaliera del mondo venne costruita esattamente mille e cento anni prima: nel 707 dopo Cristo, data che lascia un tantino allibiti visto che, a quell'epoca, dalle nostre parti ancora non si pensava nemmeno ai lazzaretti.
Malgrado un'attenzione particolare per l'aspetto psicosomatico che colpisce per la sua modernità, l'approccio medico islamico era sostanzialmente razionalista e si basava su approfondite conoscenze anatomiche che gli europei, a cui non era consentito lo studio dei cadaveri, non potevano avere. Del resto il tabù sulle autopsie rimase valido in tutta la cristianità almeno fino al XVII° secolo e oltre - come testimoniano le rocambolesche "avventure" dei pittori rinascimentali, più note di quelle dei loro contemporanei medici. Ma un'altra caratteristica che rendeva i dottori arabi estremamente efficienti rispetto ai colleghi occidentali, era la possibilità di disporre di una quantità incredibile di sostanze provenienti dagli estesi domini dei califfi - ovvero sali, acidi, alcaloidi ed erbe - che rifornivano il prontuario con una serie di rimedi degni di una moderna farmacia. L'alchimia, da cui trae origine la moderna chimica, era infatti un altro settore particolarmente fecondo della scienza islamica.
A tutta chimica
Lo sviluppo dell'alchimia proviene dall'altro grande filone culturale che si unì a quello greco per dare luogo alla scienza islamica, ovvero le antichissime conoscenze provenienti dall'India e dalla Cina. Nel periodo della sua massima espansione, infatti, l'Islam si estendeva dall'India alla Spagna passando per la Persia, il nord-Africa e la Sicilia. La capitale venne spostata da Damasco a Baghdad dove, grazie alla grande tolleranza culturale del califfo Harum al-Rashid (786-809 d.C.), cominciarono a convergere i saperi e le tradizioni dei popoli conquistati. Sotto il regno dell'Illuminato, come venne chiamato il califfo più volte citato in Le mille e una notte , venne fondata e sviluppata la "Casa della sapienza", ovvero un centro di mecenatismo finanziato dallo Stato che sorgeva intorno a una grandiosa biblioteca inter-religiosa. Nella Casa della sapienza cominciarono ad affluire da tutto il mondo studiosi e religiosi, pensatori e praticanti, in un'atmosfera di libertà intellettuale mai conosciuta prima, e Baghdad diventò per la scienza quello che Atene era stata per l'arte durante l'età di Pericle.
Fu in questo clima che l'alchimia si sviluppò e cominciò a cimentarsi con la produzione di alcune sostanze utili. La chimica islamica, libera dalle condanne e dai pregiudizi religiosi che in Europa la condannarono alla clandestinità fino ai tempi di Newton, a Baghdad ebbe la possibilità di svilupparsi come una scienza e una tecnologia specifica, separandosi molto presto dalle sue origini magiche. Jabir ibn Hayyan, il più famoso alchimista arabo vissuto nella seconda metà del VII° secolo, perfezionò il processo di distillazione dell'alcool (la cui etimologia deriva appunto dalla parola araba "al-ghul"), costruendo nuovi tipi di alambicchi. E' da notare che la preparazione e la produzione dell'alcool a uso medicinale fu consentita, malgrado la ben nota proibizione coranica.
Un altro importante frutto degli esperimenti dei chimici di Baghdad furono i progressi relativi alla fabbricazione della carta, che utilizzarono e migliorarono gli antichi metodi importati dalla Cina. Nel 793 venne fondata a nella capitale una vera e propria fabbrica che, attraverso una produzione semi-industriale, ricavava la carta da una pasta di fibre di canapa e di gelso mescolate ad allume e colla. E con la produzione della carta su larga scala, ovviamente, la diffusione dei libri nel mondo islamico divenne molto più rapida e immensamente più economica, anche se bisognerà aspettare l'invenzione della stampa in Occidente - più di sette secoli dopo - per arrivare alla possibilità di un accesso davvero universale al sapere scritto.
Sabina Morandi
Fonte: www.liberazione.it
Il terrorismo puro e crudo.
Joseph Isadore "Joe" Lieberman (Stamford, 24 febbraio 1942) è un politico statunitense di religione ebraica ed appartenente alla potente lobby sionista americana.
Lieberman sta partecipando attivamente , a fianco di McCaine ,alla campagna elettorale per le prossime presidenziali in America , pur facendo parte del partito democratico!
Lieberman sta usando un metodo singolare per questa campagna elettorale e vuole convincere gli americani a votare per McCaine, terrorizzandoli gratuitamente.
In un intervista con la CBS, Lieberman dichiara:
"I nostri nemici ci attaccheranno all'inizio dell' 2009 , metteranno alla prova sin da subito il nostro futuro presidente, cosi è succeso nel primo anno della presienza Clincton e nel primo anno della presidenza Bush, ma se noi eleggiamo McCaine, esso sarà capace di affrontare questa situazione perché a lui non serve nessuna istruzione o addestramento e sarà, sin da subito, pronto a diffendere l'Aemrica. McCaine sarà pronto a pagare qualsiasi prezzo per diffenere la libertà ed è l'unico candidato capace di accettare qualsiasi responsabilità"!!!
Bisogna domandare al Sig. Lieberman se la sua è una "intuizione" o una "informazione" e se secondo le sue "informazioni" gli americani, e con loro tutto il mondo, devono aspettare un'altro 11 settembre nell' 2009 !?!
Bisogna chiedere al Sig. Lieberman, se lui come politico americano e come senatore degli stati Uniti d'America, è in possesso delle informazioni concrete su ciò che, secondo lui, dovrà accadere e quindi, se lui abbia informato le autoerità conmpetenti del suo paese di queste informazioni !?!
Bisogna chiedere al Sig. Liberman, se lui come senatore e come politico americano, abbia intrapreso iniziative affinché l'America non sia oggetto dei progetti terroristici, sia a livello nazionale, che internazionale, partecipando ai seminari e conferenze che analizzano il fenomeno terroristico !?!
E in fine;
Bisogna chiedere al sig. Liberman se quanto esso sostiene ha un fondamento che possa giustificare l'allarmismo da lui proclamato, e che ci sia un valido motivo per creare il clima di paura e terrore che suscita tale affermazione in America che sta per anadare alle elezioni presidenziali nel prossimo futuro !?!
Ma questo è l'America e lo sappiamo, infatti, l'ex generale Wesley Clark, il quale è uno dei consiglieri di Barac Obama, dichiara che "McCaine non ha le capacità per occupare il posto del comandante in capo, perché il suo passato da militare non è mai stato esecutivo, era un pilota ed è stato anche ferito, ma ciò non vuol dire che lui sia capace di onorare quel posto poichè non serve essere eroi per stare li ", mentre lon stesso Barac Obama , invece di parlare degli attentati nell' 2009 come fa Lieberman, parla della disponibilità dell'America a parlare anche con quelli che oggi vengono chiamati "nemici".

Viviamo nell’era del ritorno dei dinosauri con il cervello di gallina, nell’era glaciale della filosofia , della spiritualità e del senso dell’umanità e tiriamo avanti con gli artigli infilati nel tempo che ci sfugge comunque , tempo divenuto di un aerodinamicità che nessun ingegnere sognerebbe ancora di poter produrre, tempo negato anche ai nostri neonati che non appena aprono gli occhi su questo mondo, sono pieni di debiti e pieni di futuri responsabilità e croci da portare, senza neanche averné colpa.
ALLARME ROSSO!
Israele e gli USA presto colpiranno l'Iran.
Lo dice l'ex ispettore delle Nazioni Unite in Iraq (dal 1991 al 1998), William Scott Ritter che è diventato molto critico dell'Amministrazione statunitense da quando nel 2003 rivelò che, al momento dell'invasione anglo-americana della Mesopotamia, Saddam non possedeva armi di distruzione di massa.